Pochi decimi alla fine, una palla che pesa un macigno, la paura di perdere, la consapevolezza che con quel tiro un’esplosione di gioia gli pervaderà il corpo. Il suono della sirena, pochi istanti prima il rumore della retina, il dolce rumore della retina che accarezza il pallone. Barcellona ha vinto. Questo è uno dei ricordi a cui Salvo Maio è più legato. Il match era un Barcellona-Latina. I giallorossi, sotto di uno, si affidarono a un veterano dalle spalle larghe: Agostino Li Vecchi. Un nome, una garanzia. Il tifo della gradinata e più in generale del Palazzo per Salvo è commovente, ma soprattutto speciale: “Il pubblico di Barcellona è speciale perché ti trasmette carica e adrenalina, e se non la sai gestire può giocare brutti scherzi. Tuttavia, è sempre stato decisivo, per fortuna, più volte in bene che in male e così sarà fin quando rimbalzerà una palla sulle tavole del parquet.”

Nella sua mente riaffiorano numerosi ricordi, tra cui quello legato alla prima partita a cui ha assistito al PalAlberti: “La Prima partita non si scorda mai. Era fine degli anni 90, si giocava Cestistica Barcellona contro Modena, campionato di B. A Barcellona arrivava lo spauracchio Gianluca De Ambrosi, capocannoniere della B1. Si trovò davanti però un certo Matteo Soragna che gli fece passare un brutto pomeriggio.”

La passione per questa squadra la deve a suo cugino Nino; ormai per lui tifare Barcellona è come professare una religione. Passano gli anni, passano le stagioni ma le emozioni che prova le riassume come “indescrivibili”.
Il suo posto fisso è in gradinata, lì dove batte forte la passione, dove l’adrenalina la fa da padrone. Ovviamente, munito, come dice lui, degli attrezzi del mestiere: felpa, maglietta, sciarpa e fischietto. Le partite a cui ha assistito sono numerose e tanti sono i giocatori a cui si sente legato, ma ce n’è uno su tutti che ha fatto vibrare il cuore a lui e a tutti i tifosi giallorossi in modo particolare: “Joe Crispin, la mano destra del diavolo. Giocatore pazzesco, indimenticabile.”

Di match amari ne ha vissuti diversi, ma uno su tutti ancora non gli va giù: “Quello più amaro è la finale playoff persa contro la Snaidero Udine, avanti 1-0 nella serie. Perdemmo perché quelli avevano tesserato un marziano, il ragno Charly Smith; più che altro perché poi l’anno dopo la squadra si trasferì a Messina. Ma, nonostante ciò, ripartimmo più forti di prima.”

La squadra di quest’anno non esita a definirla “schizofrenica”: “Alterna momenti di lucidità a momenti di scoramento, <<ma so ragazzi>>.” Nonostante ciò, conta sul fatto che i ragazzi possano raggiungere i playoff: “Come premio per i sacrifici fatti da tutti: società, squadra e tifosi.”
Prima di chiudere sono due i messaggi che vuole lanciare, il primo per la squadra: “Ai giocatori direi di divertirsi quando sono in campo e pensare che fuori, a sostenerli, c’è un gruppo di vecchi e nuovi amici che vivono di questa passione e tutto vogliono tranne che metterli sotto pressione o con l’ansia di non riuscire a ripagarci.” Il secondo per il resto del pubblico: “Coltivate e non curate questa malattia chiamata tifo, perché è qualcosa che tutti dovrebbero avere dentro seguendo questo sport e la squadra della propria città.”

UMBERTO SOTTILE

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